Perché il Regno Unito è il paradiso delle startup.

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Tra la Brexit e la Megxit, pare che tutti vogliano andarsene dalla Gran Bretagna. Eppure il Regno Unito è ancora molto accogliente, in particolare per le startup. Non che le trattino come regine (di Elisabetta ce n’è una sola!), ma senz’altro da principesse. Vediamo perché.

Innanzitutto, il fisco britannico è favorevole alle aziende. Le assunzioni di personale in Gran Bretagna sono sovrarimborsate e i costi per importare i cervelli sono detraibili grazie alle PAYE deductions. Questo vuol dire che se un imprenditore assume una persona proveniente dall’estero, il governo rimborsa il costo legato al suo trasferimento.

Un’altra politica fiscale molto interessante sono gli sgravi fiscali per chi fa innovazione, come ad esempio le startup. Si chiamano R&D expenditure credits e consentono alle aziende che sviluppano nuovi prodotti, processi o servizi o migliorano quelli già esistenti, di ricevere riduzioni della tassazione oppure pagamenti in denaro pari al 12% della spesa in R&S sostenuta, a seconda che la società sia in utile o in perdita. Questa misura è stata varata dal governo inglese proprio per favorire l’innovazione. Più si investe in innovazione, maggiore è il credito fiscale, che può essere reinvestito per fare altra innovazione, che a sua volta dà luogo a un maggiore credito di imposta, innescando un circolo virtuoso dell’innovazione.

Un altro aspetto molto interessante è la detassazione dei profitti dalla concessione d’uso dei marchi, che ha contribuito a fermare la delocalizzazione dei marchi. Il Patent Box infatti permette alle aziende di applicare una tassazione più bassa (pari al 10%) sui profitti dalle sue invenzioni brevettate guadagnati dal primo aprile 2013 in poi.

Anche gli investimenti in startup sono tassati favorevolmente, grazie ad altri 3 incentivi: SEIS (Seed Enterprise Investment Scheme), EIS (Enteprise Investment Scheme) e VCT (Venture Capital Trust). Il SEIS va a beneficio alle aziende più piccole (meno di 25 dipendenti e ricavi lordi inferiori a 200 mila sterline) e giovani (meno di 2 anni), ossia in fase seed della loro crescita, fornendo ai loro investitori uno sgravio fiscale sul reddito ad un’aliquota del 50% sul valore dell’investimento, con un massimo di £ 100.000 degli investimenti per anno fiscale. A ciò si aggiunge anche uno sgravio fiscale fino al 50% dei capital gain (fino a un massimo di 50.000 sterline) sui guadagni reinvestiti in azioni ammissibili EIS. L’EIS favorisce le aziende con meno di 250 dipendenti, vendite inferiori a 15 milioni di sterline e attive da almeno 7 anni, i cui investitori ricevono fino al 30% dei loro investimenti in sgravi fiscali e possono ritardare il pagamento fino alla metà della tassa sui capital gain dopo la scadenza dell’investimento EIS. Il VCT è invece riservato alle società che investono o prestano denaro alle aziende non quotate.

È anche grazie a questi incentivi che la Gran Bretagna è diventata il secondo paese europeo migliore per le startup dopo la Germania (fonte: NimbleFins) ed è il quarto per numero di startup pro-capite (fonte: Funderbeam). A livello mondiale, la Gran Bretagna è il terzo paese per numero di startup (5.179), dopo gli Usa (48.037) e l’India (7.432), rileva StartupRanking. Inoltre, è il terzo paese al mondo per numero di unicorni creati (aziende valutate almeno 1 miliardo di dollari) e il primo in Europa: nel 2019 gli unicorni sono stati 8, portando il loro numero totale a 77 (fonte: Dealroom e Tech Nation).

Merito anche della concentrazione di venture capital in Gran Bretagna, che ospita circa il 30% dei venture capitalist europei. Secondo Tech Nation e Dealroom, il paese ha catalizzato un terzo dei 30,4 miliardi di investimenti europei.

Hanno contribuito alla nascita di numerose startup anche il fattore tempo e la cultura. Quest’ultima nei paesi anglosassoni riconosce che il fallimento è nella natura delle startup, secondo il motto “Fail fast, fail often”. Ecco perché non si stigmatizza chi fallisce. Al contrario in Europa, e in particolare in Italia, il fallimento è visto come un’onta, qualcosa da nascondere, e il rischio di fallire paralizza.

Al contrario che da noi, in UK i tempi di azione, reazione, scelta e implementazione di una decisione sono decisamente più brevi. La burocrazia è inferiore, ma anche il modo di lavorare è diverso e più orientato al risultato. Basti pensare che in Italia ci vogliono 11 giorni per aprire un’impresa, mentre in Gran Bretagna ne bastano 5 (fonte: Banca Mondiale; dati aggiornati al 2019). Per le startup i tempi sono cruciali: per ottenere finanziamenti il prima possibile, entrare sul mercato, farsi conoscere ecc. Altrimenti, rischiano di fallire.

Il fallimento rischia di disperderne le risorse umane, materiali immateriali. Ma in Gran Bretagna si sono fortunatamente formati distretti di startup che fungono da serbatoio di competenze e riassorbitore di risorse umane liberate dagli inevitabili fallimenti. Ricordiamo ad esempio gli hub tecnologici presenti in aree come Belfast, Birmingham, Cardiff ed Edinburgo, la cui nascita è stata favorita anche dal programma da 21 milioni di sterline Tech Nation.

La tecnologia intanto ha preso sempre più piede anche nel settore finanziario, investito dalla rivoluzione del fintech (acronimo di financial technology). La Gran Bretagna in particolare è l’epicentro europeo del fintech, anche perché il settore è supportato dal Governo fin dal lontano 2010. Ricordiamo in tal senso l’Innovation Hub e la Regulatory Sandbox della Fca (la Consob britannica) e il Fintech Accelerator della Bank of England.

E la Brexit, direte voi? A noi non fa paura. Le previsioni catastrofiste su un immediato crollo dell’economia inglese finora si sono rivelate errate. L’economia britannica inoltre sta andando bene: la Borsa è salita, la sterlina sta recuperando, la fiducia dei consumatori è aumentata, i salari crescono e la disoccupazione è ferma al 4,9%.

Infine, un ulteriore ottimo motivo per andare in Gran Bretagna è che la cucina inglese è notevolmente migliorata. Gli startupper non sono più costretti a nutrirsi di fish & chips, ma abbiamo una maggiore varietà di ristoranti e locali, di tutte le nazionalità e per tutte le tasche.

Insomma, la Gran Bretagna è vero e proprio paradiso per le startup: non solo per gli incentivi fiscali che offre, ma soprattutto per  per la cultura che li ha prodotti: favorevole all’innovazione, all’imprenditorialità, veloce nel rispondere e che vede il fallimento come una possibilità per ripartire daccapo, senza stigmatizzare chi fallisce. Ecco perché abbiamo deciso di sbarcare anche nel Regno Unito. Venite con noi?

 

Between Brexit and Megxit, everyone seems to want to get out of Britain. Yet the UK is still very welcoming, especially for startups. Not that they treat them like queens (there is only one Elizabeth II), but certainly like princesses. Let’s see why.

First of all, British taxation is startup-friendly. Staff recruitment in the UK is overpaid and the cost of importing brains is deductible thanks to PAYE deductions. This means that if an entrepreneur hires a person from abroad, the government reimburses the cost of the relocation.

Another very interesting fiscal policy is the tax relief for innovators, such as startups. We are referring to R&D expenditure credits, which allow companies that develop new products/processes/services or improve existing ones to receive tax reductions or cash payments equal to 12% of the R&D expenditure incurred, depending on whether the company makes a profit or a loss. This measure was launched by the British Government precisely to promote innovation. The more you invest in innovation, the greater the tax credit, which can be reinvested to make more innovation, which in turn gives rise to a greater tax credit, triggering a virtuous circle of innovation.

Another very interesting aspect is the tax relief of profits from trademark use, which has helped to stop the relocation of trademarks. The Patent Box in fact allows companies to apply lower taxation (10%) on profits from its patented inventions earned from April 2013 onwards.

Investments in startups enjoy 3 other incentives: SEIS (Seed Enterprise Investment Scheme), EIS (Enteprise Investment Scheme) and VCT (Venture Capital Trust). SEIS benefits small companies (less than 25 employees and gross revenues of less than £200,000) and less than 2 years old, i.e. in the seed stage of their growth, by providing their investors with income tax relief at a rate of 50% on the value of the investment, with a maximum of £100,000 of investment per fiscal year. There is also a tax relief of up to 50% of capital gains (up to a maximum of £50,000) on earnings reinvested in EIS eligible shares. EIS benefits companies with fewer than 250 employees, sales of less than £15 million and active for at least 7 years, whose investors receive up to 30% of their investment in tax relief and can delay payment of up to half the capital gains tax after the EIS investment expires. VCT is reserved for companies that invest or lend money to unlisted companies.

It is also thanks to these incentives that Great Britain has become the second best European country for startups after Germany (source: NimbleFins) and is the fourth highest number of startups per capita (source: Funderbeam). At a global level, Great Britain is the third country in terms of number of startups (5,179), after the US (48,037) and India (7,432), according to StartupRanking. Moreover, the UK is the third country in the world in terms of number of unicorns created (companies valued at least 1 billion dollars) and the first in Europe: in 2019 there were 8 unicorns, bringing their total number to 77 (source: Dealroom and Tech Nation).

This is also due to the concentration of venture capital in Great Britain, which is home to around 30% of European venture capitalists. According to Tech Nation and Dealroom, the country catalysed one third of Europe’s 30.4 billion investments.

Time to get what you need and culture have also contributed to the birth of numerous startups. Indeed, Anglo-Saxon countries recognizes that failure is in the nature of startups, according to the tagline “Fail fast, fail often”. That’s why you don’t stigmatize those who fail. On the contrary in Europe, and particularly in Italy, failure is seen as a disgrace, something to hide, and the risk of failure paralyses.

In contrast to us, in the UK the time it takes to act, react, choose and implement a decision is much shorter. Bureaucracy is less, but the way of working is also different and more results oriented. Suffice it to say that in Italy it takes 11 days to open a business, while in Great Britain 5 days is enough (source: World Bank; data updated to 2019). For startups, time is crucial: to obtain funding as soon as possible, to enter the market, to make themselves known, etc. Otherwise, they run the risk of failure.

A default implies a dispersion of human, material and immaterial resource of startups.. But in Great Britain, luckily, startup districts serve as a reservoir of skills and reabsorber of human resources freed from inevitable failures. For instance, there are technology hubs in areas such as Belfast, Birmingham, Cardiff and Edinburgh. Their birth was also helped by the £21 million Tech Nation programme.

In the meantime, technology has also become increasingly popular in the financial sector, which has been affected by the fintech revolution (acronym for financial technology). Great Britain in particular is the European epicenter of fintech, also because the sector has been supported by the government since 2010. We recall in this sense the Innovation Hub and Regulatory Sandbox of the FCA and the Fintech Accelerator of the Bank of England.

What about Brexit, you say? Well, we are not afraid of it. The catastrophic forecasts of an immediate collapse of the British economy have so far proved wrong. The British economy is also doing well: the stock market is doing well, the pound is recovering, consumer confidence has risen, wages are increasing and unemployment stands at 4.9%.

Finally, another great reason to go to Britain is that English cuisine has improved considerably. Startuppers no longer have to eat fish & chips, but we have a greater variety of restaurants and bars, of all nationalities and for all budgets.

In short, Great Britain is a true paradise for startups: not only for the tax incentives it offers, but above all for the culture that produced them: favorable to innovation, to entrepreneurship, quick to respond and that sees failure as a chance to start over, without stigmatizing those who fail. That is why we have decided to land in the United Kingdom as well. Are you coming with us?

 

2020-02-21T10:36:19+00:00